Uberland: quando il boss diventa un algoritmo

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Lo sviluppo tecnologico sempre più spinto ha tanti aspetti positivi, ma, in alcuni casi, presenta anche dei lati oscuri. Quello trattato da Alex Rosemblat, nel suo libro “Uberland: How Algorithms Are Rewriting the Rules of Work” – che verrà rilasciato a Ottobre 2019 – è uno di questi.

Leggendo infatti un estratto, pubblicato sull’articolo “When Your Boss Is An Algorithm” è possibile accorgersi di quanto l’eccessiva delega del potere decisionale alle macchine possa essere dannoso per l’uomo.

Nel caso di specie, si parla di Uber e della sua gestione degli autisti. Lungi da me criticare Uber: trovo solamente giusto indagare per capire quale sia il costo di questa comodità e a carico di sia.

L’autrice porta diversi esempi di “management algoritmico” di Uber. Ne riporto alcuni:

  • una autista afro-americana racconta di essere stata chiamata durante un servizio “tonta” e “stupida”, con un epiteto razziale, dal passeggero. Per questa ragione decise di interrompere la corsa e di contattare il supporto di Uber. Ciò che ottenne fu una risposta “robotica”: “Siamo spiacenti, grazie per averci contattato”. Il supporto si offrì di impostare il sistema affinché quel passeggero non fosse più assegnato a lei. “Ciò significa che la prossima volta quella persona si comporterà in modo uguale e l’autista verrà disattivato”. Benvenuti in America.
  • gli autisti spesso ricevono notifiche del tipo “le tariffe sono x 3 in questo momento!” oppure “a New Orleans, questo weekend, ci saranno un sacco di eventi e, quindi, ci attendiamo una altissima domanda!”. Questi messaggi, innalzano le aspettative e invitano gli autisti a fiondarsi per cercare di prenderla. Tuttavia spesso capita che vengano disattese le aspettative ed essendo state promosse come tali (e non come ordini), nessuno può lamentare di sottostare ad un rapporto di dipendenza
  • nel 2016 Uber ha iniziato a far pagare i passeggeri più di quanto venissero poi effettivamente pagati gli autisti. Tale policy è stata denominata “upfront pricing”. Secondo le logiche della Silicon Valley, Uber stava semplicemente testando una nuova politica di prezzi, ma è chiaro che molti autisti se la sono presa, sentendo che le proprie vite fossero parte di un esperimento.
  • un punteggio inferiore a 4.6 stelle su 5 può significare, per l’autista, di essere “disattivato” (mai “licenziato”). Ciò porta gli autisti a tollerare alcuni comportamenti piuttosto che rischiare di perdere il lavoro (un po’ come succede, ad esempio, “grazie” ad altre piattaforme come Tripadvisor)

Insomma, le macchine sono sempre più al centro della nostra vita, anche lavorativa. Se l’uomo deciderà di delegare sempre di più, fino a completamente abdicare a favore degli algoritmi, forse lì inizieranno davvero i problemi.

È necessario che l’uomo detenga il controllo sempre.
È necessario che l’uomo venga sempre prima della macchina.
È necessario che la tecnologia sia un mezzo e non un fine.

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